Canna da zucchero

Saccharum officinarum L., 1753, comunemente nota come canna da zucchero o cannamele, è una pianta tropicale, originaria delle regioni indomalesi, appartenente alla famiglia delle Poaceae (Graminacee). Può essere usata come alimento immediato, estraendone il succo attraverso spremitura, oppure nella produzione del dolcificante più diffuso: lo zucchero.
Saccharum officinarum è una pianta tropicale perenne, a portamento cespuglioso, che raggiunge in media i 4-5 metri d’altezza, anche se alcune specie superano i 6 metri. La pianta presenta un rizoma duro ed angoloso, dal quale spuntano numerosi steli legnosi intervallati da nodi. Più che di fusti, nella canna da zucchero si parla di culmi, tipicamente cavi, paragonabili a quelli del bambù: ogni pianta è costituita da un fusto principale ramificato in numerosi culmi aerei.

Il culmo presenta un diametro variabile dai 3 ai 5 centimetri, in grado di raggiungere – e oltrepassare – anche i 10 chili di peso. Il colore, variabile a seconda della specie e della varietà, può essere giallo, violaceo, verde o rossiccio. Gli steli sono rivestiti da foglie molto lunghe e verdi, lanceolate ed incastrate su nodi con una guaina che avvolge il culmo. I fiori, molto simili a quelli di avena e frumento, sono riuniti in infiorescenze chiamate pannocchie, che possono raggiungere anche dimensioni piuttosto consistenti (90 cm). Lo zucchero è ricavato da un fluido sciropposo presente all’interno del fusto.
La canna da zucchero è una pianta originaria della Nuova Guinea. Venne introdotta in Europa dagli Arabi, prima in Spagna (700 d.C.) e poi in Sicilia (900 d.C.); i Conquistadores spagnoli la diffusero in tutte le Indie occidentali dopo la scoperta delle Americhe.

La coltivazione di canna da zucchero era molto redditizia prima dell’inizio del XIX secolo in cui si è cominciato ad estrarre lo zucchero industrialmente anche dalle barbabietole da zucchero.

Oggi la canna da zucchero è coltivata in quasi tutti i paesi dell’Asia, dell’America, in Africa e Australia. In Europa la coltivazione consistente è limitata alla Spagna, nella zona tra Malaga e Motril in Andalusia[4] e in Portogallo nell’isola di Madeira.
La riproduzione della pianta avviene generalmente per talee, prelevate dalla sommità dei fusti, quasi contemporaneamente al raccolto e messe a dimora in buche distanti tra loro circa un metro e mezzo per facilitare la sarchiatura. Il trapianto deve avvenire a metà primavera e necessita un’abbondante quantità idrica cosicché, nei mesi successivi, si possa accumulare una cospicua quantità di zucchero all’interno della linfa.

È doveroso puntualizzare che, al momento della raccolta per la successiva estrazione dello zucchero, il culmo non dev’essere strappato, ma reciso in basso con un colpo netto con un attrezzo da taglio, lasciando così indenne la radice: in questo modo, il fusto è in grado nuovamente di crescere e di svilupparsi e, l’anno successivo, è pronto per una nuova raccolta. Infatti, alla canna da zucchero sono necessari 12 mesi per raggiungere la completa maturazione; non mancano certo le eccezioni: in alcune zone, la pianta impiega 24 mesi per maturare completamente, mentre in altre 6 mesi sono sufficienti.

Il clima preferito dalla canna da zucchero è quello caldo-umido e perciò viene coltivata soprattutto nei caldi paesi tropicali, dove vi è anche una notevole abbondanza di piogge e una temperatura non inferiore ai 20°. Quanto al terreno, deve essere di natura argilloso-silicea. In Italia, solo alcune zone della Sicilia sono favorevoli ad una modesta coltivazione di questa pianta.
Per la produzione dello zucchero di canna, le canne da zucchero vengono pulite e spremute. Dalla spremitura si ottiene un liquido che viene bollito e che, appena diventa più denso, viene versato in un recipiente più largo dove si raffredda. Infine si procede alla raffinazione.
Un sottoprodotto della lavorazione è costituito dalla bagassa, un residuo di scorze e fibre che costituisce il 25/30% della massa iniziale della canna lavorata. La bagassa ha diversi usi come materia seconda, compreso quello di combustibile negli stessi zuccherifici.

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