Cavallo di Przewalski

Il cavallo di Przewalski (Equus ferus supsp. przewalskii), anche noto come pony della Mongolia, è il parente più prossimo, tra quelli attualmente esistenti, del cavallo domestico (Equus ferus supsp. caballus).

Nel 1881, Poljakov la descrisse come una specie a sé stante e le diede il nome di Equus przewalskii. Tuttavia, più recentemente, si è stabilito trattarsi di una sottospecie, denominata Equus ferus przewalskii (il mondo scientifico, comunque, è ancora diviso circa la corretta classificazione).

Il cavallo di Przewalski e quello domestico, nonostante la differenza di cromosomi (64 per quello domestico e 66 per il Przewalski) non sono i due unici equidi a potersi incrociare dando alla luce ibridi fertili. Infatti, un fenomeno simile si può riscontrare per esempio tra la zebra di Grevy, (Equus grevy) 46 cromosomi e quella di pianura (Equus quagga boehmi) 44 cromosomi.
Storia
Prime probabili informazioni giunte in occidente su questo animale si devono all’esploratore tedesco del XV secolo Johann Schiltberger, che ne riferì al ritorno della sua permanenza in Asia al servizio dei Timuridi.

Il cavallo di Przewalski prende il nome dal generale russo Nikolaj Prževal’skij, che fu anche esploratore e naturalista. La forma Przewalski (pronuncia polacca [pʂɛˈvalski]) corrisponde alla traslitterazione polacca del nome russo (peraltro d’origine polacca). Prževal’skij fu il primo a descrivere, nel 1881, questo cavallo, durante una spedizione da lui stesso guidata e volta proprio a trovare tracce certe di questo animale, del quale, fino ad allora, si avevano solo poche notizie confuse. Intorno al 1900, Carl Hagenbeck ne catturò alcuni esemplari, poi ceduti a diversi zoo del mondo.

In Mongolia, la popolazione allo stato brado subì, a causa di diversi fattori, un forte calo durante il XX secolo, fino a scomparire del tutto negli anni sessanta: l’ultimo branco fu avvistato nel 1967 e l’ultimo esemplare allo stato brado nel 1969. Le spedizioni successive non hanno più trovato traccia dell’animale. Una delle principali cause dell’estinzione del cavallo di Przewalski allo stato selvatico fu la caccia: grazie alla clorofilla presente nell’erba, infatti, nella gola del cavallo di Przewalski si forma un muco particolare, denso e verde, che si pensava potesse curare una malattia particolarmente diffusa all’epoca dell’estinzione di questo animale dalla Mongolia.

Uno studio del 2018 dell’Università del Kansas sul loro DNA rivela che anche questi cavalli ora selvaggi erano stati addomesticati già 5500 anni fa nel nord dell’attuale Kazakistan dal popolo Botai.

Ripresa
Nel 1977 fu creata la “Fondazione per la Preservazione e la Protezione del Cavallo di Przewalski”: cominciò così un programma di scambio di esemplari tra i diversi zoo, al fine di limitare gli incroci tra consanguinei; più tardi incominciò il vero programma volto ad aumentare il numero di capi. Nel 1992, la Fondazione reintrodusse 16 cavalli in Mongolia, in quello che nel 1998 divenne il Parco Nazionale Hustai, a cui poi se ne aggiunsero altri.

Nel 2002, la popolazione complessiva era pari a 1 000 capi, tutti discendenti di soli 15 esemplari catturati intorno al 1900 e allevati negli zoo di tutto il mondo.
Nel 2014 il programma di ripopolamento continua con un certo successo, portando a una popolazione complessiva di 387 individui autosufficienti in libertà, che si vanno ad aggiungere ai 1 988 esemplari che vivono in cattività o nelle riserve. Sono stati osservati esemplari anche nella zona di alienazione di Chernobyl, liberi dall’influenza umana.

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